Busattayaaaak! Intervista a Franco Busatta

Ciao Franco, e benvenuto su Ayaaaak. Ti abbiamo recentemente conosciuto come brillante presentatore della prima edizione del Premio Ayaaaak, ma la tua attività principale è quella di supervisore della testate Brendon e Napoleone per la Sergio Bonelli Editore. Quali sono in generale i compiti di un curatore di una testata Bonelli?

Io mi occupo della programmazione delle storie, di tenere d’occhio i tempi di lavoro dei fumettisti con cui lavoro, di revisionare testi e disegni dei fumetti dal momento in cui l’albo è letterato a quello nel quale l’albo va in stampa. Il che vuol dire che passo la giornata al telefono a strillare ai vari collaboratori senza che nessuno mi dia retta. Anche perché non sono il curatore vero e proprio di Brendon e Napoleone ma soltanto l’assistente di Claudio Chiaverotti e Carlo Ambrosini, quindi, alla fine, i miei strilli non incutono troppo timore.

Visto che sei costretto a dettare i tempi a disegnatori e sceneggiatori, come si riesce a rendere metodico un lavoro prettamente artistico?

Prima che le ragioni dell’arte, sono i meccanismi e i tempi della serialità, della tradizione e, perfino, del buon senso a dettare legge in Casa Bonelli. E molti tra i grandi disegnatori bonelliani hanno saputo coniugare brillantemente qualità e velocità di esecuzione.
I Diso, i Ferri, gli Ambrosini, i Ticci, i Bacilieri, gli Alessandrini, i Casertano, i Mari, tanto per non fare che i primi nomi che mi vengono in mente sono cartoonist in grado di sfornare 15/20 pagine al mese senza batter ciglio (o quasi) e senza sentirsi “schiavizzati”. Una tavola disegnata con una certa velocità, poi, talvolta, ha anche una qualità di maggior comunicativa rispetto a una più cesellata che sulla nostra carta e con il nostro formato rischia sempre di impastarsi. L’esordio del bravo Emiliano Mammucari su Napoleone ha sofferto di questo problema. Avendo grande considerazione della serie ambrosiniana, Emiliano ha messo su quelle tavole una quantità di lavoro financo eccessiva (oltretutto, tenendo la media produttiva, per noi decisamente bassa, di circa 5 pagine al mese). Risultato: in stampa, la pennellata e i tratti si sono chiusi. Anche molte pagine di Bacilieri si sono impastate una volta stampate: basti vedere il suo primo Napoleone, il n. 9 «La lucertola e il serpente» (un episodio che peraltro io amo particolarmente) nel quale Paolo aveva utilizzato un formato di tavola molto grande: ci sono dettagli praticamente illeggibili e il suo classico retino manuale in molti punti si è chiuso drammaticamente (vedi pag. 48). Mentre nelle ultime storie, Bacilieri è riuscito a trovare una leggerezza grafica che giova molto alla lettura, com’è successo anche nei libri che abbiamo firmato insieme, “Patty Paradise” e “Scusa, Sadik, hai visto Diabolik?”, nei quali ha potuto lavorare con un segno a tratti più abbozzato, alla maniera di «Zeno Porno». Detto questo, ci sono poi disegnatori bravissimi e irrimediabilmente lenti. In quel caso, quand’è possibile, cerco di studiare la programmazione della serie rispettando i loro tempi.

Quali differenze trovi nel rapportarti con due personaggi così diversi come Napoleone e Brendon (e i loro rispettivi creatori)?

Le differenze sono:
1) Napoleone porta il classico trench da Detective dell’Inconscio mentre Brendon indossa un cappottone che sembra rattoppato.

2) Entrambi aggrottano spesso e volentieri le sopracciglia perché sono antieroi malinconici e un po’ depressi, ma Brendon ha gli occhi visibilmente bistrati. Un lettore, nella posta dell’albo di dicembre, sostiene che, in un eventuale film dedicato al personaggio di Chiaverotti, lo vedrebbe interpretato bene da Milla Iovovich. Fate un po’ voi.

3) Napoleone adora usare i gerundi, mentre Brendon, per dirla con Giampiero Mughini, li aborre.

4) Brendon adora discutere di filosofia, psicanalisi e, più in generale di cultura “alta”, mentre Napoleone chiede molti whisky “rinforzati”, quando entra in una bettola di Darkville o di Lost City.

5) Ah, no, è il contrario. Ogni tanto mi capita di sbagliarmi tra i due personaggi. Capito perché sono ancora semplicemente un assistente, dopo tanti anni che lavoro alla Bonelli?

La copertina di Making Of NapoleoneQuanto alle differenze tra Carlo Ambrosini, signore assoluto di Napoleone, e Claudio Chiaverotti, inflessibile burattinaio delle vicende brendoniane i due non potrebbero essere più diversi. Tanto Carlo ci tiene a sottolineare gli influssi colti che sottendono la sua serie, tanto Claudio ci tiene a ricordare sempre e comunque che ha studiato da odontoiatra. L’approccio è antitetico anche per quanto riguarda la cura della serie. Chiaverotti ci tiene a controllare anche il minimo intervento fatto sia sui testi che sui disegni (mentre gli importa meno delle rubriche, che sono comunque affidate a lui). Carlo invece, lascia più spazio e, dal momento in cui ha effettuato l’ultima revisione sulla storia letterata, lascia l’albo nelle mie mani. E, al contrario di Chiaverotti, si spreme il più possibile sulle rubriche. Un’altra differenza tra Ambrosini e Chiaverotti è che con il primo ci vado a pranzo e ci chiacchiero, mentre con il secondo no. Anzi, nelle rare e sempre misteriosamente frettolose visite in redazione di Claudio (le uniche occasioni in cui abbiamo modo di vederci di persona), se tento di offrirgli anche soltanto un caffè, il nostro fugge a gambe levate.

La bimestralità da l’idea di una serie più curata e realizzata con tranquillità. D’altra parte sia Napoleone, per la sua caratura più autoriale, che Brendon, che propone quasi sempre tavole molto dettagliate, sembrano differenziarsi dai loro colleghi bonelliani. Alla fine reputi che questa maggior cura sia effettivamente un pregio o che invece faccia perdere in spontaneità?

Al contrario di quanto detto sui disegnatori, parlando degli autori dei testi, l’immediatezza va bene soltanto se si è un genio del calibro di G.L. Bonelli. Diversamente, più tempo si ha per scrivere, meglio è.

Dover ragionare su poche albi per volta permette di pensare le storie per il disegnatore oppure l’assegnazione è casuale?

In genere, l’assegnazione non è casuale. A un disegnatore un po’ rigido, sul piano anatomico, solitamente non viene affidata una sceneggiatura che prevede molte scene dinamiche. Come pure a uno che si preoccupa poco dell’espressività dei personaggi, non è il caso di affidare una storia di introspezione psicologica. Non di rado, gli sceneggiatori chiedono ai disegnatori se hanno preferenze di ambientazione o tematica. Alcuni episodi di Brendon illustrati da Lola Airaghi nascono dalla sua passione (che condivide con Chiaverotti) per il cinema di Tim Burton. Anche l’ambientazione di cappa e spada del Napoleone n. 49 («Storia d’amore e di coltello») è stata espressamente richiesta ad Ambrosini da Gabriele Ornigotti.

Il cambio di un copertinista è sempre un evento raro in Bonelli. Per quale motivo c’è stato il cambio tra Roi e Rotundo su Brendon?

È stato Roi stesso a chiedere di venire sostituito. Dopo averne realizzate un certo numero, l’esecuzione delle copertine può anche trasformarsi in una routine poco stimolante.

Ci aspettano delle novità nel futuro di entrambe le testate (sia a livello di storie che di autori coinvolti)?

L’unica novità di rilievo riguarda Brendon, per il quale è previsto, oltre al solito Speciale estivo di 160 pagine, un nuovo Speciale di 192 pagine in uscita alla fine del 2006.

Oltre che come supervisore negli ultimi anni hai affrontato l’attività di saggista. Nelle tue opere, soprattutto nei vari Making Of sembri voler raccontare la storia dietro i personaggi. Da cosa nasce questa esigenza e quali finalità ti poni?

L’idea è quella di raccontare il dietro le quinte della lavorazione dei nostri albi, ovvero ciò con cui io sono alle prese tutti i giorni.

Nei tre Making of finora pubblicati il tuo approccio è stato comunque differente. Come hai scelto di avvicinarti ai vari Napoleone, Nick Raider e Mister No?

La copertina di Making Of Mister NoSul primo, che parte da Napoleone per poi estendersi a tutto il resto dell’attività di Bacilieri, ho affrontato ipotesi critiche piuttosto complesse e problematiche di lavoro che conoscevo particolarmente bene, essendo io l’assistant editor della serie. Gli albi di Napoleone realizzati da Paolo sono molto belli ma anche abbastanza complicati da gestire, data la personalità non facile dell’autore. In genere, Ambrosini e io interveniamo molto sui suoi dialoghi, dato che a Paolo manca la capacità di sviscerare a fondo la logica della storia e le motivazioni che sottendono le azioni dei characters e la loro psicologia. Per aggirare questi ostacoli, lui tende a mettere in campo una gran quantità di spunti, di elementi narrativi e di personaggi che peraltro caratterizza sempre in modo straordinario. Sul secondo Making Of, dedicato a Nick Raider, curato con Diego Cajelli, data la natura fortemente seriale della testata e la gran quantità di autori brillanti che vi si erano cimentati mi sembrava interessante metterli a confronto virtualmente tra loro. Mentre nel terzo, dedicato a Mister No e a Guido Nolitta, Gabriele Ferrero e io, abbiamo approfittato della disponibilità di Sergio Bonelli per indagare sul suo rapporto con la scrittura fumettistica in generale e con il personaggio di Mister No in particolare. E ci siamo soffermati sulla lunghissima saga finale dedicata a Jerry Drake, attualmente in corso di pubblicazione, un esperimento narrativo ed editoriale mai tentato prima, in Casa editrice; una miniserie nella serie, per molti versi.

Quale sarà il prossimo personaggio a finire sotto i tuoi riflettori?

Per il 2006 stiamo pensando a Dampyr (di cui potrebbe occuparsi Stefano Priarone) e il Comandante Mark, al quale dovrebbe pensare Gabriele Ferrero.

Con Flashback e Il Cavaliere Nero invece sembri spingerti ancora più avanti andando a lavorare direttamente sulle storie e scavando nei personaggi. Un lavoro di meno immediata comprensibilità, ma ugualmente suggestivo. E’ solo un’operazione nostalgica oppure c’è qualcosa di più sotto?

Escluderei l’intenzione di scavare nei personaggi. Mentre, almeno per quanto riguarda Il Cavaliere Nero in effetti c’è stato un lavoro di scavo nella vecchia storia del Piccolo Ranger sulla quale il volume è basato. Si tratta di lavori che intendono fondamentalmente mettere in scena me stesso in quanto fruitore di comics ed esplorare gli aspetti percettivi e visivi di base dell’esperienza della lettura fumettistica. Prendiamo Flashback, per esempio, basato sulla sfocatura dei disegni di vecchi fumetti nei quali Tex, Diabolik, Alack Sinner & co ricordano il loro passato. Avete mai fatto caso che, durante la lettura di un fumetto, uno dei meccanismi base messi in atto dal lettore consiste nel costante processo di messa a fuoco e sfocatura di una parte del campo visivo? Perché per leggere il testo è necessario sfuocare il disegno e viceversa. A differenza dello schermo televisivo, di quello cinematografico, del palcoscenico teatrale e della pagina di un romanzo, nel caso del fumetto l’occhio è costretto a scegliere di continuo su quali elementi presenti nella pagina concentrarsi, su che cosa inquadrare e che cosa escludere. Inoltre, nei segmenti da me scelti per l’inserimento nel libro, il racconto è fatto in flashback dal protagonista stesso della storia. Quindi siamo alle prese con un processo di simulazione, dove la voce del narratore sembra lasciare il posto a quella delle sue creature, che si appropriano delle fila del racconto. Allo stesso modo, io mi sono appropriato di comics scritti e disegnati da altri, utilizzandone la loro scrittura per raccontare i miei trascorsi. Il mio passato di lettore di fumetti. E se qualcuno dice che non ci capisce niente, la cosa non m’infastidisce. In realtà, non mi dispiace che questi libri abbiano una qualità un po’ sfuggente. L’altro giorno, Paolo Bacilieri li ha definiti dei libri “radioattivi”. Mi è sembrata una bella definizione. Comunque c’entra anche la nostalgia, certo. “Son malato d’infanzia e di ricordi”, per dirla con il poeta russo Sergej Esenin. Credevate che Ambrosini fosse il solo a cavarsela con le citazioni colte? Ma io di solito preferisco citare Andrea Lavezzolo: “Misteriosi e invisibili fili collegano questi avvenimenti alla vecchia casa diroccata nella quale Pedro Goron ha nascosto la diligenza”.

La nota autobiografica di questi tuoi volumi si nota e non poco. E richiamano a un periodo in cui i fumetti erano forse più ingenui ma nel quale forse più persone ne sono state più influenzate. Quale eredità credi abbia lasciato il fumetto alla tua generazione di lettori?

Gabriele Ferrero ha scritto nell’introduzione di Flashback: «A prima vista, l’obbiettivo di Franco Busatta potrebbe sembrare il ricordo, proposto attraverso un montaggio di segmenti narrativi incentrati sulla ricostruzione di un trascorso. In realtà, questo escamotage è asservito a uno scopo differente il cui elemento centrale è la formazione culturale di un’intera generazione». E davvero il fumetto è stato il cardine della formazione culturale della mia generazione. Quando ero bambino, c’era un’ora di TV al giorno, non c’erano videogiochi, al cinema si andava la domenica (facendo chilometri e chilometri in bicicletta), per cui i nostri pomeriggi, la nostra quotidianità, erano invasi da pile di fumetti di tutti i tipi. Non importava cos’erano, bastava che ci fossero delle vignette, con dentro delle immagini e dei balloons. Killing, Zagor, I Fantastici Quattro, Il Corriere dei Piccoli, L’Uomo Ragno, Diabolik, Akim, Isabella, L’intrepido e Il Monello, il Sgt. Kirk di Ivaldi, Tex, Miki e Blek, Sadik, Charlie Brown, L’Uomo Mascherato, Vartàn, Topolino, Zakimort, Messalina, Mandrake, Cucciolo, Genius, Il Mitico Thor, Pecos Bill, Rin Tin Tin, tutto andava bene. Erano pochissimi i giornalini comprati, la maggior parte semplicemente si trovava in giro e veniva poi scambiata con gli amici dopo estenuanti trattative. Per avere il numero di Maschera Nera dedicato al passato del personaggio erano sufficienti due albi di Storia del West? O cinque di John Arizona?
In Flashback ho lavorato anche sull’ipotesi che la nostra evoluzione generazionale sia avvenuta con il passaggio dal Piccolo Ranger al Corriere dei Ragazzi, da Diabolik a Ken Parker, da Corto Maltese ad Alack Sinner, da Linus a Frigidaire.

L’evoluzione di cui parli sembra però aver reso sempre meno il fumetto un prodotto di massa. Anche il fumetto Bonelli con la bimestralità di molte testate e la presenza sempre maggiore di pagine redazionali sembra volersi dirigere verso questa direzione. Il fumetto allora è destinato a diventare prodotto per pochi appassionati?