Modena-Brennero con fermata a L’Avana.

Non sono mai riuscito a trovare motivazioni valide sul perché scrivo e di conseguenza realizzo un albo a fumetti, certo, si finisce per dire sempre che si è letto un libro, visto un film, magari letto addirittura un altro fumetto, ma il più delle volte è per semplice comodità e, alla fine, a queste motivazioni finiamo per crederci realmente.
Nel caso specifico è vero che un estate di qualche anno fa, torrida come poche, in viaggio per una vacanza sulle Dolomiti, fermandomi ad un autogrill sulla Modena-Brennero “inciampai” in uno di quei cesti pieni di libri a metà prezzo e dal cui contenuto ne uscì uno che parlava della rivoluzione cubana e, alla sola vista della copertina, nacque l’impulso di realizzare qualcosa sull’argomento.
Che fantasia!
E’ tutto vero, per carità, ma a distanza di tempo, non ne sono più così tanto sicuro.
Di fatto è nata così la mia serie Hasta la Victoria!, il cui primo episodio è uscito con il titolo Cuba 1957 per Mosquito Editions in occasione dell’ultima Angouleme (in Italia dovrebbe uscire alla prossima Lucca).

La cover del volume

1045 pagine della biografia di Che Guevara, articoli, opuscoli, e la consultazione di decine di siti internet, uno sguardo su realtà mai conosciute, l’apertura di squarci attraverso contesti storici mai analizzati, ed allora ho capito che il frutto di certe intuizioni non è casuale e, almeno di questa, ne ho forse capito l’origine, ripeto, forse….
E sono contento di questa improvvisa consapevolezza, perché certe considerazioni attribuiscono un motivo alle nostre azioni, giustificandole e, in altri casi, dandogli perfino un senso, anche a uno come me che, distaccato e disimpegnato quanto basta sulle cose come sono sempre stato, ho sempre pensato che il mio lavoro non fosse così “serio” come, ad esempio, quello di un commercialista.
Mi sbagliavo, è serio pure il mio.

Sto divagando.

Cuba: la rivoluzione è alle porte anche se nella sua capitale nessuno sembra ancora crederci realmente, il dittatore Fulgencio Batista controlla tutti i gangli del potere con pugno di ferro, la mafia controlla i Casinò ed il gioco d’azzardo, l’America invece, tutto il resto.
In un contesto del genere su un cargo portoghese arriva nel porto de L’Avana un marinaio italo-corso, si chiama Nero Maccanti, livornese come me, e da qui inizia la sua avventura, insieme a quella di molti altri personaggi.
E di questo non vi dico altro, anche perchè molte curiosità potrete andare a vederle sul sito : www.stefanocasini.itche anche se sembra il mio, è invece quello ufficiale della serie sì, è vero, questa volta ho voluto esagerare.

Non posso fare a meno di considerare che tutte le vicende dell’intera serie si muovono avendo come sfondo le gesta di uomini che, partendo in 12 ed armati unicamente di carabine, fucili e dei loro ideali, riuscirono a combattere e vincere un esercito di decine di migliaia di soldati, armato dalla più grande potenza del mondo, che disponeva delle armi più moderne: bazooka, autocarri, carri armati e perfino dell’aviazione. Detto così sembrerebbe perfino frutto di una fervida fantasia, un plot perfetto per qualsiasi racconto, se non fosse che per quell’improbabile finale poco realistico: riuscirono a vincere.
Ed invece è storia.

Questo è un punto di partenza indiscutibile, poi c’è il tempo, i fatti contingenti, gli uomini, il cammino della storia e, in questa logica molto può anche cambiare, ma non il concetto secondo il quale i nostri ideali uniti alla consapevolezza di quello che rappresentano, possono esprimere una forza irrefrenabile, una spinta a qualsiasi cambiamento, un’energia propulsiva.
Basterebbe crederci.

Torno a divagare.

Quello che vedo intorno a me non mi piace, sono molte le cose su cui avrei da ridire, ma finirei per essere polemico ed oggi, il polemista non è visto di buon occhio, porta sfiga, dicono. Bisogna essere ottimisti, bisogna guardare il futuro con speranza ed il sorriso sulle labbra, sembra che, con atteggiamenti simili, si finisca per cambiare la realtà. Ma, sarò eccessivamente pragmatico, ma ho l’impressione che ci voglia altro…
Tuttavia, io più che sorridere scrivo e disegno (oggi anche con la consapevolezza di valere almeno quanto un commercialista), non ho certamente la pretesa di cambiare la realtà, ma esercitando l’unica cosa che so fare, almeno mi tolgo lo sfizio di fare il polemista sotto mentite spoglie, sempre sperando che, anche così facendo, non porti sfiga.
Se poi voi volete ridere, che volete che vi dica: ridete!

Buffy e Jonathan Steele

Tutto è cominciato nel 2003. Io avevo scritto (ed era anche già uscito, forse, ma di questo non son certo) il n. 50 di Jonathan, in cui si insinuava il dubbio che il vero Jonathan Steele vivesse nella nostra realtà, dov’era rinchiuso in un manicomio, e che le avventure narrate nella serie fossero le sue allucinazioni. In quel periodo, colpito soprattutto dall’episodio canterino, stavo seguendo la sesta stagione di Buffy (mai visto un episodio intero prima) e a un certo punto ecco arrivare l’episodio in cui si insinua il dubbio che Buffy sia in realtà una ragazza malata di mente rinchiusa in un istituto e che la serie narri le sue allucinazioni. Bizzarro, ho pensato.

Sta di fatto che, complice un amico appassionato di Buffy che mi regala la prima stagione in DVD, ho mollato di seguirla in televisione e ho cominciato
a prendere i DVD (lentamente, dati i costi), e ad appassionarmi così alla serie (e più di me mia moglie). Ogni tanto noto qualche accennata analogia,
ma niente di eclatante, passaggi classici della narrazione avventurosa, tutto sommato (ma non solo…). Poi ieri sera vedo il finale della quinta stagione, in cui Buffy, per salvare la sorella (e il mondo) si getta giù da un’alta torre e muore.

No, un momento. Nel n. 29 della vecchia serie Jonathan si butta giù dal Palazzo di vetro per salvare Myriam e jasmine. Non solo, ma il pericolo scampato in questa quinta stagione… Beh, diciamo che ha forti analogie con qualcosa che ho scritto nei mesi scorsi e che sto scrivendo tuttora, e che uscirà a partire dalla prossima Estate.

Più che bizzarro, comincia a essere inquietante.
Comunque Buffy, come molte altre serie, alterna episodi belli ad altri decisamente meno riusciti, ma quelli belli sono scritti davvero bene, accidenti. Solo quello musicale e quello muto sono due colpi di genio.

PS: Ah, a riprova del fatto che mia moglie è una vera fan di Buffy, potete
guardare qui:

Busattayaaaak! Intervista a Franco Busatta

Ciao Franco, e benvenuto su Ayaaaak. Ti abbiamo recentemente conosciuto come brillante presentatore della prima edizione del Premio Ayaaaak, ma la tua attività principale è quella di supervisore della testate Brendon e Napoleone per la Sergio Bonelli Editore. Quali sono in generale i compiti di un curatore di una testata Bonelli?

Io mi occupo della programmazione delle storie, di tenere d’occhio i tempi di lavoro dei fumettisti con cui lavoro, di revisionare testi e disegni dei fumetti dal momento in cui l’albo è letterato a quello nel quale l’albo va in stampa. Il che vuol dire che passo la giornata al telefono a strillare ai vari collaboratori senza che nessuno mi dia retta. Anche perché non sono il curatore vero e proprio di Brendon e Napoleone ma soltanto l’assistente di Claudio Chiaverotti e Carlo Ambrosini, quindi, alla fine, i miei strilli non incutono troppo timore.

Visto che sei costretto a dettare i tempi a disegnatori e sceneggiatori, come si riesce a rendere metodico un lavoro prettamente artistico?

Prima che le ragioni dell’arte, sono i meccanismi e i tempi della serialità, della tradizione e, perfino, del buon senso a dettare legge in Casa Bonelli. E molti tra i grandi disegnatori bonelliani hanno saputo coniugare brillantemente qualità e velocità di esecuzione.
I Diso, i Ferri, gli Ambrosini, i Ticci, i Bacilieri, gli Alessandrini, i Casertano, i Mari, tanto per non fare che i primi nomi che mi vengono in mente sono cartoonist in grado di sfornare 15/20 pagine al mese senza batter ciglio (o quasi) e senza sentirsi “schiavizzati”. Una tavola disegnata con una certa velocità, poi, talvolta, ha anche una qualità di maggior comunicativa rispetto a una più cesellata che sulla nostra carta e con il nostro formato rischia sempre di impastarsi. L’esordio del bravo Emiliano Mammucari su Napoleone ha sofferto di questo problema. Avendo grande considerazione della serie ambrosiniana, Emiliano ha messo su quelle tavole una quantità di lavoro financo eccessiva (oltretutto, tenendo la media produttiva, per noi decisamente bassa, di circa 5 pagine al mese). Risultato: in stampa, la pennellata e i tratti si sono chiusi. Anche molte pagine di Bacilieri si sono impastate una volta stampate: basti vedere il suo primo Napoleone, il n. 9 «La lucertola e il serpente» (un episodio che peraltro io amo particolarmente) nel quale Paolo aveva utilizzato un formato di tavola molto grande: ci sono dettagli praticamente illeggibili e il suo classico retino manuale in molti punti si è chiuso drammaticamente (vedi pag. 48). Mentre nelle ultime storie, Bacilieri è riuscito a trovare una leggerezza grafica che giova molto alla lettura, com’è successo anche nei libri che abbiamo firmato insieme, “Patty Paradise” e “Scusa, Sadik, hai visto Diabolik?”, nei quali ha potuto lavorare con un segno a tratti più abbozzato, alla maniera di «Zeno Porno». Detto questo, ci sono poi disegnatori bravissimi e irrimediabilmente lenti. In quel caso, quand’è possibile, cerco di studiare la programmazione della serie rispettando i loro tempi.

Quali differenze trovi nel rapportarti con due personaggi così diversi come Napoleone e Brendon (e i loro rispettivi creatori)?

Le differenze sono:
1) Napoleone porta il classico trench da Detective dell’Inconscio mentre Brendon indossa un cappottone che sembra rattoppato.

2) Entrambi aggrottano spesso e volentieri le sopracciglia perché sono antieroi malinconici e un po’ depressi, ma Brendon ha gli occhi visibilmente bistrati. Un lettore, nella posta dell’albo di dicembre, sostiene che, in un eventuale film dedicato al personaggio di Chiaverotti, lo vedrebbe interpretato bene da Milla Iovovich. Fate un po’ voi.

3) Napoleone adora usare i gerundi, mentre Brendon, per dirla con Giampiero Mughini, li aborre.

4) Brendon adora discutere di filosofia, psicanalisi e, più in generale di cultura “alta”, mentre Napoleone chiede molti whisky “rinforzati”, quando entra in una bettola di Darkville o di Lost City.

5) Ah, no, è il contrario. Ogni tanto mi capita di sbagliarmi tra i due personaggi. Capito perché sono ancora semplicemente un assistente, dopo tanti anni che lavoro alla Bonelli?

La copertina di Making Of NapoleoneQuanto alle differenze tra Carlo Ambrosini, signore assoluto di Napoleone, e Claudio Chiaverotti, inflessibile burattinaio delle vicende brendoniane i due non potrebbero essere più diversi. Tanto Carlo ci tiene a sottolineare gli influssi colti che sottendono la sua serie, tanto Claudio ci tiene a ricordare sempre e comunque che ha studiato da odontoiatra. L’approccio è antitetico anche per quanto riguarda la cura della serie. Chiaverotti ci tiene a controllare anche il minimo intervento fatto sia sui testi che sui disegni (mentre gli importa meno delle rubriche, che sono comunque affidate a lui). Carlo invece, lascia più spazio e, dal momento in cui ha effettuato l’ultima revisione sulla storia letterata, lascia l’albo nelle mie mani. E, al contrario di Chiaverotti, si spreme il più possibile sulle rubriche. Un’altra differenza tra Ambrosini e Chiaverotti è che con il primo ci vado a pranzo e ci chiacchiero, mentre con il secondo no. Anzi, nelle rare e sempre misteriosamente frettolose visite in redazione di Claudio (le uniche occasioni in cui abbiamo modo di vederci di persona), se tento di offrirgli anche soltanto un caffè, il nostro fugge a gambe levate.

La bimestralità da l’idea di una serie più curata e realizzata con tranquillità. D’altra parte sia Napoleone, per la sua caratura più autoriale, che Brendon, che propone quasi sempre tavole molto dettagliate, sembrano differenziarsi dai loro colleghi bonelliani. Alla fine reputi che questa maggior cura sia effettivamente un pregio o che invece faccia perdere in spontaneità?

Al contrario di quanto detto sui disegnatori, parlando degli autori dei testi, l’immediatezza va bene soltanto se si è un genio del calibro di G.L. Bonelli. Diversamente, più tempo si ha per scrivere, meglio è.

Dover ragionare su poche albi per volta permette di pensare le storie per il disegnatore oppure l’assegnazione è casuale?

In genere, l’assegnazione non è casuale. A un disegnatore un po’ rigido, sul piano anatomico, solitamente non viene affidata una sceneggiatura che prevede molte scene dinamiche. Come pure a uno che si preoccupa poco dell’espressività dei personaggi, non è il caso di affidare una storia di introspezione psicologica. Non di rado, gli sceneggiatori chiedono ai disegnatori se hanno preferenze di ambientazione o tematica. Alcuni episodi di Brendon illustrati da Lola Airaghi nascono dalla sua passione (che condivide con Chiaverotti) per il cinema di Tim Burton. Anche l’ambientazione di cappa e spada del Napoleone n. 49 («Storia d’amore e di coltello») è stata espressamente richiesta ad Ambrosini da Gabriele Ornigotti.

Il cambio di un copertinista è sempre un evento raro in Bonelli. Per quale motivo c’è stato il cambio tra Roi e Rotundo su Brendon?

È stato Roi stesso a chiedere di venire sostituito. Dopo averne realizzate un certo numero, l’esecuzione delle copertine può anche trasformarsi in una routine poco stimolante.

Ci aspettano delle novità nel futuro di entrambe le testate (sia a livello di storie che di autori coinvolti)?

L’unica novità di rilievo riguarda Brendon, per il quale è previsto, oltre al solito Speciale estivo di 160 pagine, un nuovo Speciale di 192 pagine in uscita alla fine del 2006.

Oltre che come supervisore negli ultimi anni hai affrontato l’attività di saggista. Nelle tue opere, soprattutto nei vari Making Of sembri voler raccontare la storia dietro i personaggi. Da cosa nasce questa esigenza e quali finalità ti poni?

L’idea è quella di raccontare il dietro le quinte della lavorazione dei nostri albi, ovvero ciò con cui io sono alle prese tutti i giorni.

Nei tre Making of finora pubblicati il tuo approccio è stato comunque differente. Come hai scelto di avvicinarti ai vari Napoleone, Nick Raider e Mister No?

La copertina di Making Of Mister NoSul primo, che parte da Napoleone per poi estendersi a tutto il resto dell’attività di Bacilieri, ho affrontato ipotesi critiche piuttosto complesse e problematiche di lavoro che conoscevo particolarmente bene, essendo io l’assistant editor della serie. Gli albi di Napoleone realizzati da Paolo sono molto belli ma anche abbastanza complicati da gestire, data la personalità non facile dell’autore. In genere, Ambrosini e io interveniamo molto sui suoi dialoghi, dato che a Paolo manca la capacità di sviscerare a fondo la logica della storia e le motivazioni che sottendono le azioni dei characters e la loro psicologia. Per aggirare questi ostacoli, lui tende a mettere in campo una gran quantità di spunti, di elementi narrativi e di personaggi che peraltro caratterizza sempre in modo straordinario. Sul secondo Making Of, dedicato a Nick Raider, curato con Diego Cajelli, data la natura fortemente seriale della testata e la gran quantità di autori brillanti che vi si erano cimentati mi sembrava interessante metterli a confronto virtualmente tra loro. Mentre nel terzo, dedicato a Mister No e a Guido Nolitta, Gabriele Ferrero e io, abbiamo approfittato della disponibilità di Sergio Bonelli per indagare sul suo rapporto con la scrittura fumettistica in generale e con il personaggio di Mister No in particolare. E ci siamo soffermati sulla lunghissima saga finale dedicata a Jerry Drake, attualmente in corso di pubblicazione, un esperimento narrativo ed editoriale mai tentato prima, in Casa editrice; una miniserie nella serie, per molti versi.

Quale sarà il prossimo personaggio a finire sotto i tuoi riflettori?

Per il 2006 stiamo pensando a Dampyr (di cui potrebbe occuparsi Stefano Priarone) e il Comandante Mark, al quale dovrebbe pensare Gabriele Ferrero.

Con Flashback e Il Cavaliere Nero invece sembri spingerti ancora più avanti andando a lavorare direttamente sulle storie e scavando nei personaggi. Un lavoro di meno immediata comprensibilità, ma ugualmente suggestivo. E’ solo un’operazione nostalgica oppure c’è qualcosa di più sotto?

Escluderei l’intenzione di scavare nei personaggi. Mentre, almeno per quanto riguarda Il Cavaliere Nero in effetti c’è stato un lavoro di scavo nella vecchia storia del Piccolo Ranger sulla quale il volume è basato. Si tratta di lavori che intendono fondamentalmente mettere in scena me stesso in quanto fruitore di comics ed esplorare gli aspetti percettivi e visivi di base dell’esperienza della lettura fumettistica. Prendiamo Flashback, per esempio, basato sulla sfocatura dei disegni di vecchi fumetti nei quali Tex, Diabolik, Alack Sinner & co ricordano il loro passato. Avete mai fatto caso che, durante la lettura di un fumetto, uno dei meccanismi base messi in atto dal lettore consiste nel costante processo di messa a fuoco e sfocatura di una parte del campo visivo? Perché per leggere il testo è necessario sfuocare il disegno e viceversa. A differenza dello schermo televisivo, di quello cinematografico, del palcoscenico teatrale e della pagina di un romanzo, nel caso del fumetto l’occhio è costretto a scegliere di continuo su quali elementi presenti nella pagina concentrarsi, su che cosa inquadrare e che cosa escludere. Inoltre, nei segmenti da me scelti per l’inserimento nel libro, il racconto è fatto in flashback dal protagonista stesso della storia. Quindi siamo alle prese con un processo di simulazione, dove la voce del narratore sembra lasciare il posto a quella delle sue creature, che si appropriano delle fila del racconto. Allo stesso modo, io mi sono appropriato di comics scritti e disegnati da altri, utilizzandone la loro scrittura per raccontare i miei trascorsi. Il mio passato di lettore di fumetti. E se qualcuno dice che non ci capisce niente, la cosa non m’infastidisce. In realtà, non mi dispiace che questi libri abbiano una qualità un po’ sfuggente. L’altro giorno, Paolo Bacilieri li ha definiti dei libri “radioattivi”. Mi è sembrata una bella definizione. Comunque c’entra anche la nostalgia, certo. “Son malato d’infanzia e di ricordi”, per dirla con il poeta russo Sergej Esenin. Credevate che Ambrosini fosse il solo a cavarsela con le citazioni colte? Ma io di solito preferisco citare Andrea Lavezzolo: “Misteriosi e invisibili fili collegano questi avvenimenti alla vecchia casa diroccata nella quale Pedro Goron ha nascosto la diligenza”.

La nota autobiografica di questi tuoi volumi si nota e non poco. E richiamano a un periodo in cui i fumetti erano forse più ingenui ma nel quale forse più persone ne sono state più influenzate. Quale eredità credi abbia lasciato il fumetto alla tua generazione di lettori?

Gabriele Ferrero ha scritto nell’introduzione di Flashback: «A prima vista, l’obbiettivo di Franco Busatta potrebbe sembrare il ricordo, proposto attraverso un montaggio di segmenti narrativi incentrati sulla ricostruzione di un trascorso. In realtà, questo escamotage è asservito a uno scopo differente il cui elemento centrale è la formazione culturale di un’intera generazione». E davvero il fumetto è stato il cardine della formazione culturale della mia generazione. Quando ero bambino, c’era un’ora di TV al giorno, non c’erano videogiochi, al cinema si andava la domenica (facendo chilometri e chilometri in bicicletta), per cui i nostri pomeriggi, la nostra quotidianità, erano invasi da pile di fumetti di tutti i tipi. Non importava cos’erano, bastava che ci fossero delle vignette, con dentro delle immagini e dei balloons. Killing, Zagor, I Fantastici Quattro, Il Corriere dei Piccoli, L’Uomo Ragno, Diabolik, Akim, Isabella, L’intrepido e Il Monello, il Sgt. Kirk di Ivaldi, Tex, Miki e Blek, Sadik, Charlie Brown, L’Uomo Mascherato, Vartàn, Topolino, Zakimort, Messalina, Mandrake, Cucciolo, Genius, Il Mitico Thor, Pecos Bill, Rin Tin Tin, tutto andava bene. Erano pochissimi i giornalini comprati, la maggior parte semplicemente si trovava in giro e veniva poi scambiata con gli amici dopo estenuanti trattative. Per avere il numero di Maschera Nera dedicato al passato del personaggio erano sufficienti due albi di Storia del West? O cinque di John Arizona?
In Flashback ho lavorato anche sull’ipotesi che la nostra evoluzione generazionale sia avvenuta con il passaggio dal Piccolo Ranger al Corriere dei Ragazzi, da Diabolik a Ken Parker, da Corto Maltese ad Alack Sinner, da Linus a Frigidaire.

L’evoluzione di cui parli sembra però aver reso sempre meno il fumetto un prodotto di massa. Anche il fumetto Bonelli con la bimestralità di molte testate e la presenza sempre maggiore di pagine redazionali sembra volersi dirigere verso questa direzione. Il fumetto allora è destinato a diventare prodotto per pochi appassionati?

Dal letame nascono i fior… La via del nero

La natura ha delle regole ben precise, e in base a queste regole ogni momento dell’anno ha i propri frutti. C’è la stagione delle fragole di Metaponto e quella delle pesche nettoline, stagioni di abbondanza e stagioni in cui occorre tirare la cinghia. Certo la mano dell’uomo e la voglia di poter avere un certo prodotto tutto l’anno hanno fatto miracoli, ma la persona esperta diffida di queste primizie fuori stagione, capisce che questi non potranno avere un buon sapore e aspetta con pazienza il momento giusto per poter gustare pienamente i frutti della terra.

Il mondo dell’intrattenimento sembra avere regole simili. Ci sono momenti in cui i semi piantati con sapienza anni prima danno i loro frutti e tutto assieme vediamo germogliare un nuovo modo di raccontare e di divertire. E quella che stiamo vivendo in questi mesi sembra essere una stagione particolarmente ricca per un genere che da diverso tempo sembrava spento, un genere dove il confine tra il bene e il male è molto sottile e anzi a volte neppure esiste, un genere che sembrava aver detto tutto già da diversi decenni, ma che invece proprio in questi caldi mesi estivi si ripropone con una forza e con una energia veramente invidiabili.
Stiamo parlando del Noir, questo mondo perennemente avvolto nelle tenebre, dove la violenza è il pane quotidiano, dove il sangue scorre a fiumi, dove gli unici odori sono quelli della polvere da sparo e dell’alcol… Qui gli eroi non esistono, e se ci sono difficilmente arrivano vivi ai titoli di coda. A farla da padrone sono sbirri corrotti, gangster sanguinari, detective da quattro soldi…

Sin City, di Frank MillerI frutti più alti, quelli visibili a tutti sono rappresentati da Sin City che, dopo averci regalato una delle migliori trasposizioni fumettistiche sul grande schermo di sempre, si riaffaccia nuovamente nelle edicole italiane uscendo dal “ghetto” dei super appassionati per conquistare, speriamo definitivamente, il grande pubblico e il grande vecchio Diabolik (non un Noir in senso stretto, ma comunque un fiero rappresentante del lato oscuro del fumetto) che oltre a vivere un periodo di ottima forma fumettostica si propone come testimonial pubblicitario e come star di videoclip musicali.
Ma è andando a cercare nel sottobosco, dove l’humus rende il terreno ancora più fertile, che possiamo trovare altre incredibili frutti dal gusto forte e deciso.

Detective dante, numero 1 – Eura editorialeA cogliere l’attimo ci pensa l’Eura che, affidandosi al fiuto della premiata ditta Recchioni e Bartoli (già artefice del successo John Doe), propone Detective Dante una miniserie di 24 numeri in formato bonellide che miscela piombo e sangue con una spruzzata di surreale. Il risultato per quel poco che si è visto finora sembra forse troppo leggero e meno coinvolgente del già citato John Doe, ma per un prodotto strutturato per svolgere il proprio compito nell’arco di due anni questa manciata di albi sono probabilmente troppo pochi per emettere un giudizio. Rimane comunque il segno di questo editore sempre più deciso a puntare su questo formato e sulla distribuzione in edicola.

Un sapore forte come un whisky sapientemente invecchiato lo possiede la riproposta, o forse meglio rimasterizzazione, di una miniserie apparsa in edicola forse troppo presto, e per questo dimenticata bollata come epigona delle prime esplosive opere cinematografiche di Quentin Tarantino, diversi anni fa opera del talento di due giovani autori. Questi giovani autori, Diego Cajelli e Luca Rossi, oggi sono due star bonelliane e quella loro opera, Pulp stories, rivede la luce in uno splendido volume da libreria nel momento giusto per essere apprezzata.

Alta Criminalità Il meglio del noir italiano a fumetti, Oscar MondadoriA marchiare a fuoco il momento ci pensa poi la Mondadori che raccoglie in Alta Criminalità, un volume curato da Tito Faraci nuove e vecchie storie di autori come Recchioni e Cajelli (questi tre nomi sempre più fondamentali nel panorama fumettistico italiano attuale), con altre realizzate dalla collaborazione di affermati scrittori di genere come Carlo Lucarelli, Wu Ming e Sandrone Dazieri con disegnatori dal tratto graffiante e accattivante. Il risultato è molto eterogeneo e mostra come questo movimento non sia un fuoco di paglia, ma abbia invece solide radici su cui far germogliare nuovi e gustosissimi frutti.

E anzi sembra voler indicare una via molto precisa, una via che gli editori italiani, per pigrizia o per scaramanzia, sembrano proprio non voler percorrere: quello di una serie popolare ambientata finalmente in Italia. Le storie raccolte nel volume Mondadori stanno lì a dimostrare che nella nebbia della val padana, nei paesini del meridione, nell’hinterland delle grandi città settentrionali c’è tutto un immaginario pubblico, quasi totalmente ancora inesplorato, su cui poter costruire grandi storie senza dover ricorrere alle macchiette che sembrano dover obbligatoriamente accompagnare ogni racconto ambientato nel Bel Paese.
Se questo tabù verrà sfatato lo scopriremo solo con il tempo.

E la Sergio Bonelli Editore? Tranquilli, la storica Casa Editrice milanese, si sa, preferisce far maturare i suoi frutti con calma, ma già si mormora che il prossimo suo nato potrebbe muovere i propri passi nelle strade polverose di qualche stretto vicolo di città…
Ma di questo ne riparleremo quando sarà il momento giusto.

Canon L170 Printer Perfect For Small Company Start-Ups Printing Demands

Without the structure of a workplace outside of our homes, it is possible to scatter anything work associated all over the house. We nevertheless need to complete our operate a timely and efficient manner. After all, the fraction of the time we spend working, the more significant time we have with our family members. An organized home office can make for a faster and more enjoyable workday. Here are a few ideas to enable you to get and your home office organized.

The payday advance is really simple to obtain in many places around the world today. Generally speaking, these loans can be very in order to obtain. May little documentation and that you do not need optimum excellent credit ranking. Some require pay stubs, a copy of a car title or other various quantitative checks prior to will have the ability to obtain any loan.

Your borrowing power will depend on the lender you choose, and unfortunately your credit rating. Generally, you may be lent any amount from 10, thousand to 500, 000 intended for the tenure of 1 to twenty-five years. There are two types of loans- secured and unsecured tips for a small business start-up loan. If you opt for an anchored business loan, you will need to provide a few amount in lieu of loan. In case there are unsecured loans, you need not provide safety measures and hence pay more by way of attention.

It would furthermore help you get a business coach. For instance, if you want to get into internet marketing, however, you have no prior experience with that will, then you should look for a high internet business coach to guide you along with your plans. Unless of course, you have a really big budget then you may go ahead and start an internet business without the big fear of the loss crippling your finances. When you are just like the rest of all of us with very limited capital, obtaining the guidance from an experienced person could spell the difference in between success and losing.

Write a business plan: Put down on paper a detailed explanation of your business goals as well as the action necessary to achieve all of them: how much money you will need and exactly where will it come from; how you can get customers; how you will handle the competition. By no means overlook this task. Your business plan is essential not just to make sure you are on the right track also for investors to determine whether your company is a worthwhile investment once you seek for funding.

Reasonably, it takes the winning mixture of tortoise and hare features to successfully start up plus launch a new small business. It isn’t a matter of one getting better than another, nor could it be about choice. It’s a mixture of preparation, flexibility, strategy, capability, sustainability, and maneuverability in the current business world that makes the difference between a triumphant startup success plus failure.